” All’alba furono spenti i falò e fu proprio allora che tra la folla, per un momento, a un soldato parve di vedere una donna vestita di nero che lo guardava con occhi cattivi”
E il soldato fuggì, nella speranza di salvarsi. Lontano dalla Morte.
Fuggì, più veloce del vento alla volta di Samarcanda ma Lei era già lì. E gli disse:
“Sbagli t’inganni ti sbagli soldato
io non ti guardavo con malignità
era solamente uno sguardo stupito,
cosa ci facevi l’altro ieri là?
T’aspettavo qui per oggi a Samarcanda
eri lontanissimo due giorni fa,
ho temuto che per ascoltar la banda
non facessi in tempo ad arrivare qua”.
È così che il soldato, nel tentativo di allontanarsi dalla propria fine, le era andato esattamente incontro.
Una profezia autoavverante. Il solo pensare che qualcosa possa o non possa succedere influenza i nostri processi mentali e di conseguenza i comportamenti che portano esattamente al risultato ipotizzato. Il nostro pensiero diventa un pensiero “magico”.
In psicologia sociale la profezia autoavverante (self fulfilling prophecy) può essere così definita
«Una supposizione o profezia che per il solo fatto di essere stata pronunciata, fa realizzare l’avvenimento presunto, aspettato o predetto, confermando in tal modo la propria veridicità» (Merton,1948)
Le nostre convinzioni che si tramutano in profezie quasi sempre vere, limitano il nostro modo di pensare, vivere e agire. Ci condizionano talmente tanto che è molto facile infilarsi in un tunnel di esperienze sempre uguali, spesso negative.
In breve ci sentiamo perseguitati dalla nuvoletta Fantozziana, controlliamo lo status di famiglia per assicurarci di non essere diretti discendenti di Paperino e le sue sfortune (piuttosto che di Paperone e le sue tintinnanti “fortune”).
“Il mio fidanzato mi ha lasciata, sapevo che sarebbe successo. Li incontro tutti io!”
“Anche questa volta ho preso un brutto voto, lo sapevo che non ce l’avrei fatta”
Ma i protagonisti della profezia autoavverante (o della nostra sfortuna) siamo noi stessi. Dire che siamo sfortunati è de-responsabilizzarsi.
Probabilmente il fidanzato vi ha lasciate perché, inconsciamente, vi siete relazionate con sfiducia e non avete permesso alla coppia di crescere e condividere un sentimento soffocato in partenza.
Oppure questa diffidenza di fondo vi predispone alla ricerca dello stesso tipo di persona che non ha voglia di legarsi.
E quanto realmente vi siete impegnati nello studio pre-esame pur “sapendo” che sarebbe andata male?
Riconoscere ed analizzare le situazioni che ci sembrano sempre identiche portano a comprendere quali sono gli schemi e le rigidità che conducono allo stesso risultato.
Attenzione che l’antidoto contro il “malocchio” non risiede nel solo pensiero positivo del BASTA–VOLERLO, occorre un cambiamento consapevole nella scelta delle strategie da attuare.
Occorre tentare qualcosa di nuovo.
Sembrerà banale ma se la strada con i mattoni d’oro a Oz non vi fa arrivare… allora tagliate per i campi!
CONSIGLI PER iTunes: R. Vecchioni, Samarcanda, 1977